PRINCIPALI METODI DI GIUDIZIO IN AVICOLTURA

di Dr. Federico Vinattieri

Quando si parla di “giudizio”, nel nostro caso, si intende una valutazione estetica, ossia l’attribuire un certo grado di “valore” ad un animale.

Il valore dev’essere inteso come una stima sul fenotipo, attribuibile all’animale stesso, all’interno di una verifica zootecnica, rapportando affinità e differenze con il “tipo ideale”.

Possiamo quindi asserire che giudicare un animale, significa: “giungere ad una critica costruttiva in seguito ad una attenta analisi, valutata dalla conoscenza corretta dei connotati peculiari di una determinata razza”. Tale conoscenza non è altro che il bagaglio culturale del giudice chiaramente.

In avicoltura, come anche in ornitologia, vi sono diversi possibili metodi di giudizio (tengo a precisare che quel che segue è frutto di mie esperienze dirette e non di quel che si evince da regolamenti istituzionali, pertanto non troverete queste informazioni in nessun documento ufficiale). Possiamo così elencare le tre principali metodologie di giudizio, utilizzando il comune “gergo dell’avicoltore”:

1) Giudizio descrittivo;

2) Giudizio comparativo (o a confronto);

3) Giudizio intermedio.

Cerchiamo di chiarire una volta per tutte in cosa consistano questi tre metodi di valutazione, e proviamo a spiegarne vantaggi e svantaggi di ognuno.

Quel che in gergo viene chiamato “giudizio descrittivo”, non è altro che il metodo usato a livello europeo per la valutazione descrittiva degli avicoli ornamentali. Si tratta di un giudizio con scheda analitica (scheda di giudizio e valutazione), detta comunemente “cartellino”, dove il giudice compila una descrizione accurata del soggetto sotto esame, riportando sul cartellino, che funge da vero e proprio referto di valutazione, quali siano pregi, aspetti migliorabili e difetti dell’animale in questione.

Per pregio si intende quella caratteristica che distingue un esemplare rispetto ad altri nella medesima razza, dunque quella caratteristica morfo/funzionale che rispecchia ciò che è previsto dallo standard.

Per aspetto migliorabile si intende: – “l’elenco degli attributi per il quale l’allevatore può apportare dei miglioramenti con la propria selezione o con una migliore preparazione del soggetto alla mostra”. Tali aspetti migliorabili sono pertanto dei consigli che il giudice fornisce all’allevatore, dei riferimenti su alcuni connotati anatomici ed aspetti espositivi (piumaggio, condizioni, presentazione, ecc…) sui quali l’allevatore deve lavorare tenendo presente tali indicazioni. Gli aspetti migliorabili, pur non essendo difetti, incidono sul predicato e sul punteggio complessivo finale.

Per difetto viene considerato: – “una mancanza, carenza o difformità, di determinati connotati morfologici rispetto al modello ideale di razza, o in relazione alla presenza di condizioni espositive non adeguate”. Quando si parla di “modello ideale” si intende ovviamente lo standard. Molto importante distinguere le tre tipologie di difetto: difetti, difetti gravi e difetti da squalifica. I difetti sono quelli che comportano una differenza minima in rapporto a quanto indicato nello standard.

I difetti gravi sono invece delle importanti differenze in rapporto al modello ideale, molti dei quali sono specifici per ogni razza ed elencati su ogni singolo standard di razza.

I difetti da squalifica sono dei difetti che influiscono negativamente sulla tipologia di razza o sul benessere dell’animale (in questo caso dovrà essere assegnato il predicato “I 0” – insufficiente 0).

Il giudizio descrittivo esige inoltre non solo l’analisi visiva del soggetto, ma anche una attenta analisi con l’animale al di fuori della gabbia, quindi con obbligo di sgabbio dell’esemplare. Perché vi è l’esigenza di sgabbiare il pollo e di visionarlo in mano? Per valutare da vicino e con maggior attenzione alcune caratteristiche che sarebbe impossibile visionare “a vista”, con il soggetto chiuso in gabbia. Molti connotati infatti possono restare celati, come ad esempio la colorazione delle penne remiganti, che non sono visibili con l’ala serrata, che andrà quindi estesa per valutare correttamente l’effettivo colore di tali penne visionabili solo ad ala spiegata. Un altro esempio è la regolarità dello sterno, che non dovrà presentare nessuna deviazione o malformazione (difetto da squalifica in tutte le razze), e che solo tramite il tatto può essere correttamente valutato, eventuali difetti non visibili senza il contatto diretto. Altri attributi valutabili solo con la visione diretta sgabbiando l’animale sono il colore dell’iride (difficilmente valutabile dalla gabbia), il colore dell’orecchione (in alcune razze talvolta ben nascosti dalla barba o dal folto piumaggio), la forma della cresta (ben visibile dalla gabbia solo per le creste semplici, ma di difficile valutazione per tutte le altre tipologie di cresta)… altri connotati come il colore della pelle, del piumino e la valutazione stessa della colorazione delle varie tipologie di penne in vari parti del corpo, non sarebbero correttamente valutabili senza prendere in mano l’animale.

Il giudizio descrittivo permette quindi di ottenere una valutazione molto attendibile, minuziosa, che può dare realmente delle indicazioni veritiere e tangibili, per l’utilizzo di quel determinato gallo o gallina (o anatide) in selezione.

L’approccio all’animale è soggettivo, in quanto ogni giudice ha i propri metodi. Personalmente io sono solito valutare l’animale prima nel suo insieme, lasciandolo a suo agio nella propria gabbia da esposizione, valutandone quindi, forma generale, tipologia e portamento… dopo di che passo al dettaglio, sgabbiando l’animale e osservando da vicino tutte le caratteristiche che possono essere sfuggite da una valutazione a distanza. Capita frequentemente infatti, di valutare a primo acchito, un soggetto eccelso dalla gabbia, poi dopo attenta analisi allo sgabbio si evidenziano connotati “occulti”, che rendono doveroso assegnare un predicato e un punteggio minore all’animale stesso.

Può capitare (più di rado) anche l’inverso, ossia valutare dalla gabbia un soggetto di “scarsa qualità”, ma poi sgabbiandolo, rendersi conto che quelli che parevano dei difetti, erano valutabili in realtà come aspetti migliorabili o come addirittura aspetti regolari. L’occhio talvolta inganna! Sempre bene ricontrollare attentamente, anche più volte, se non si è certi.

Veniamo ora al giudizio comparativo, o giudizio “a confronto” (conosciuto per i più anche con l’appellativo di “giudizio all’inglese”). Questo viene attuato solitamente quando il numero di animali è elevato in rapporto al numero dei giudici presenti. In Italia non viene quasi mai impiegato questo metodo, perché la nostra tradizione vuole un giudizio descrittivo e da sempre viene attuata la classica modalità di valutazione con descrizione allegata. Gli allevatori italiani non sono certo avvezzi al giudizio comparativo, ma all’estero è usato in diversi Paesi.

Io che ho giudicato a Malta, ad esempio, ho impiegato la modalità di giudizio a confronto. Il vantaggio principalmente è uno, ossia la rapidità di valutazione.

Momento di giudizio a Malta

Io, tanto per fare un esempio palese, al Campionato nazionale di Malta del 2022, giudicai da solo oltre 300 soggetti in circa 7 ore, cosa assolutamente impossibile da fare con un giudizio descrittivo. Nel giudizio comparativo l’animale non viene sgabbiato, ma valutato solo esclusivamente “a vista”. Oltre a non prendere in mano l’animale, che rende il giudizio assai più rapido, nel giudizio a confronto non è prevista la compilazione del cartellino. Il giudizio si limita a designare il vincitore, o solitamente il “podio” della razza, quindi 1°, 2° e 3° classificato, confrontando semplicemente i soggetti presenti nella medesima razza, o se il comitato lo prevede, anche nella medesima varietà o colorazione. Capirete che un giudizio del genere, lascia ben poche direttive per la selezione dell’allevatore. Viene deciso quale dei soggetti presenti sia il migliore.

Certamente, se tra i soggetti presenti, non vi è un esemplare meritevole di premio, il 1° posto non verrà assegnato… stessa cosa vale per il II° e III° piazzamento.

In ornitologia, al contrario che in avicoltura, il giudizio comparativo è piuttosto comune, soprattutto nelle mostre specialistiche di razza, rassegne organizzate dai vari club, dove si raggiungono anche gli 800 soggetti a concorso della stessa razza. Io che sono anche giudice di Canarini, posso dire che il giudizio comparativo è all’ordine del giorno nelle mostre di club e in diverse mostre estere, anche se tutt’oggi, in quell’ambito, è comunque più comune il giudizio con scheda analitica, impiegato nelle principali mostre nazionali ed internazionali.

Se per giudicare 100 polli con giudizio descrittivo occorrono per ogni giudice una intera giornata, per giudicare lo stesso numero con il giudizio a confronto basta qualche ora.

Ad ogni modo, è bene conoscere anche questa modalità di giudizio, che va affrontata ugualmente con serietà, attenzione e competenza, che, insieme al colpo d’occhio, formano i quattro parametri che fanno di un giudice, un bravo esaminatore.

Esiste poi il cosiddetto “giudizio intermedio”. In cosa consiste? Lo dice il nome stesso… è in realtà una via di mezzo tra il giudizio descrittivo ed il giudizio comparativo.

Gli animali verranno esaminati solo “a vista”, ossia senza portarli fuori dalla gabbia e senza toccarli, ma comunque si andrà a mettere nero su bianco una descrizione, con tanto di predicato e punteggio. Non sarà dunque un elementare confronto, ma l’evoluzione di esso, ossia una comparazione, ma delineando su apposito cartellino di giudizio, quel che sono pregi, attributi da migliorare e palesi difetti, facendo totale affidamento all’occhio allenato dell’esperto giudice, che dovrà cogliere tutti i suddetti aspetti dalla sola osservazione statica dell’animale nella gabbia, senza alcun contatto diretto.

C’è chi sostiene che il giudizio a confronto sia il futuro. Io resto, in questo settore, un fervido sostenitore della nostra tipologia di giudizio, che non solo fornisce una valida relazione scritta, dettagliata dell’esemplare sotto esame, ma dà la possibilità all’allevatore/espositore di comprendere quale sia la strada giusta da percorrere nella propria selezione, quali siano i tratti esteriori che servono a caratterizzare un tipo (cioè l’insieme di quelle caratteristiche irrinunciabili elencate nello standard), quali siano gli aspetti da fissare e quali quelli da cercare di eliminare dalla riproduzione.

Detto ciò, sappiamo tutti che il primo giudice di un allevatore è l’allevatore stesso… pertanto sarà quest’ultimo a dover valutare quali saranno i soggetti da far riprodurre e quali no, questo a prescindere dal giudizio dell’esperto. Il giudice fornirà però una importante “traccia” da seguire, fornirà una condotta determinata dai parametri dello standard, che il giudice dovrà sempre applicare e non interpretare.

Ma i giudizi devono risultare sempre uguali in ogni mostra?

Un esemplare deve poter ottenere e mantenete la stessa qualifica e lo stesso punteggio se esposto in più mostre?

Questa domanda ha dato vita a mille dibattiti in passato, e anche tutt’oggi.

La risposta è NO!

I giudizi possono assolutamente variare da mostra a mostra.

A tal proposito, mi permetto di riportare, qui di seguito, un paragrafo scritto dal Prof. Umberto Zingoni, il quale descrisse in modo esemplare ciò che può accadere durante la fase di giudizio: – “Inutile dire che molto spesso l’espositore non è d’accordo sul punteggio del giudice. È come il giuoco del calcio: qualche volta ha ragione l’arbitro, qualche volta il pubblico che, però, come l’allevatore, essendo diretto interessato ha più spesso torto che ragione. C’è da considerare anche il fatto che valutazioni dello stesso soggetto differenti fra loro di uno o anche di due punti, rientrano nella normalità per molteplici ragioni che riguardano un po’ tutte le razze. Da una

mostra all’altra il soggetto esposto può aver cambiato in meglio o in peggio le sue condizioni; l’ora, la temperatura, l’umidità, la luce, al momento del giudizio, possono influire differentemente sull’aspetto del soggetto, così come il tipo della gabbia, ecc… L’ora differente del giudizio in una stessa mostra può avvantaggiare un soggetto e svantaggiarne un altro… […]… Inoltre, non si può pretendere che i giudici diano, come tanti “robots” una identica interpretazione degli Standard. Anche il giudice, che è sempre un allevatore o lo è stato, negli anni della sua esperienza ha idealizzato un prototipo. Ciò è perfettamente normale in una attività competitiva ove a giudicare è chiamato un essere umano e deve essere considerato un vantaggio, perché rinnova ad ogni mostra le speranze di successo. Altrimenti, se i giudizi fossero scontati in partenza, le mostre sarebbero quasi deserte, perché ben pochi allevatori esporrebbero i propri soggetti, già sapendo che, a causa della presenza dei soliti fortunati (o meritevoli che sia) “pigliatutto”, non hanno alcuna probabilità di prendersi un premio, visto che al Signor De Coubertin, purtroppo, ci si crede sempre meno. In altre parole in ogni mostra assisteremmo al ripetersi del “sacrificio dei più deboli per la gloria dei più forti”. E vale anche ricordare che fra due giudizi differenti può essere meno giusto quello superiore!” (* cit. U. Zingoni, 1997, “Canaricoltura”, Edizioni FOI, II° ediz. – pp. 676-677).

Giudicare, esattamente come allevare, non è una pratica facile, poiché comporta non poche responsabilità.

Certamente un giudice non è infallibile… “un errore di giudizio non è fatale, ma troppa ansietà sul giudizio si…” sosteneva Pauline Kael… ma noi che ci siamo assunti questo onere, e che siamo nient’altro che volontari spinti da una schietta passione, abbiamo comunque il vincolo di svolgere il nostro compito al meglio delle nostre possibilità, per adempiere al ruolo che ci è stato affidato, trasmettendo, con le nostre “perizie”, dei punti di riferimento da tenere in debita considerazione per la selezione del futuro.

Dr. Federico Vinattieri

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