Chiunque si sia mai cimentato nella coltivazione di ortaggi, cereali o legumi si è certamente imbattuto nel termine “cultivar”: di origine inglese indica le varità agrarie di piante. Questa parola è spesso associata ad un altro termine: “ibrida”, che riferito ad un essere vegetale spiega come esso sia ottenuto da un incrocio di riproduttori di linee genetiche differrenti, specie diverse o generi diversi. Le cultivar ibride quindi ampliano il panorama della biodiversità, in questo caso vegetale, a livello esponenziale, generando infiniti potenziali incroci.
Ma perché si ricorre ad una soluzione “ibrida” anziché ad una “pura”?
L’uomo dall’inizio dell’agricoltura e con l’allevamento ha sempre fatto selezione, scegliendo continuamente gli animali più forti o le piante migliori. Il principale obiettivo è sempre stato quello di incrementare al massimo la produzione, indipendentemente da quale bene si stesse trattando; nel caso del grano, le spighe sarebbero dovute crescere più alte, più lunghe e con chicci più grandi; nel caso dei suini questi sarebbero dovuti crescere più grandi e più rapidamente da parti sempre più numerosi; nel caso delle galline queste avrebbe dovuto deporre sempre più uova durante tutto l’anno. Durante l’allevamento degli animali i singoli allevatori notarono però come incrociando ripetutamente soggetti della stessa razza con pool genetico comune (parenti tra loro), con il tempo si incorresse in un repentino calo delle prestazioni: soggetti più propensi ad ammalarsi, riduzione delle dimensioni sia degli animali che dei frutti/vegetali, difficoltà nella riproduzione.
Si provò quindi ad incrociare differenti razze tra loro: il risultato fu un netto miglioramento nelle prestazioni produttive e riproduttive degni animali nati da questi accoppiamenti (ovvero maggiori dimensioni, migliori capacità produttive, resistenza a malattie).
Charles Darwin ne parla nel libro “The Variation of Animals and Plants Under Domestication” del 1868:
“Il signor Hewitt dà come regola generale con gli uccelli, che incrociare la razza aumenta le loro dimensioni. Fa questa osservazione dopo aver affermato che gli ibridi del fagiano e del pollame sono considerevolmente più grandi di entrambi i progenitori: quindi, di nuovo, gli ibridi del fagiano dorato maschio e del fagiano comune femmina sono di dimensioni molto più grandi di entrambi gli uccelli genitori”.
Dimostrazione tangibile è la selezione dei colombi da carne avvenuta negli USA alla fine del XIX secolo. Originariamente le razze allevate a questo scopo erano il Mondano, l’Homer, il Maltese e il Romano; ognuna di esse presentava pregi, ma aveva anche difetti e tendeva a perdere di stazza quando allevata in purezza. Alcuni allevatori scelsero così di incrociare le razze sopra citate ed alla fine ottennero il colombo oggi conosciuto come King, animale dalle ottime qualità produttive. A questo poi si sono succedute due altre razze altamente produttive nate da continui tentativi di ibridazione: il Texano, dotato del gene “faded” (autosessabile) con testa e zampe piccole (parti che in fase di macellazione si scartano), e l’Hubbel, conosciuto anche come California, che ad oggi è il colombo di riferimento per la produzione di carne visto che rispetto agli altri ha un ritmo di deposizione molto serrato.

Questo fenomeno genetico è oggi denominato eterosi, comunemente conosciuto anche come vigore ibrido.
Le migliori performance sono quindi date da soggetti non nati dall’incrocio di riproduttori della stessa razza, genere e specie in quanto animali così geneticamente lontani hanno una minor percentuale di geni identici per orgine rispetto ad animali dello stesso gruppo riproduttivo. La validità di questa osservazione fu subito comprovata con fatti concreti: per esempio l’Austra White, (ibrido nato in Oregon, USA, dall’incrocio di Australorp e Livorno bianca) presenta una maggior resistenza alle infezione delle vie respiratorie rispetto alle razze da cui deriva.
Ciò che avviene all’interno dell’ibrido non è ancora stato chimicamente dimostrato: ogni essere vivente eredita da ognuno dei genitori la metà del proprio patrimonio genetico e questo viene raccolto all’interno dei geni. Quando si applica un’ibridazione aumenta l’eterogenesi, ovvero il numero di coppie di alleli diversi fra loro nel patrimonio genetico di quell’individuo; La “teoria dei geni dominanti” spiega come nei millenni la selezione naturale (vegetale ed animale) ha spinto gli esseri viventi a rendere biologicamente dominati i geni “positivi”, cioè quelli che favoriscono una buona vitalità e crescita; al contrario recessivi i geni “negativi”, capaci di rallentare la vigoria del soggetto, questo avveniva semplicemente perché gli animali con geni debilitanti finivano per morire e avevano quindi basse chance di riprodursi. Quando andiamo a favorire l’eterozigosi (creando ibridi o accoppiando animali di linee di sangue non imparentate) andiamo a minimizzare il numero di geni che possono manifestarsi in forma omologa, favorendo i geni “positivi”.

in cui è mostrato come esemplari ibridi nati dall’incrocio tra Jersey Giant e Leghorn
avessero generato soggetti F1 migliori da un punto di vista di
deposizione uova, percentuale di morte del pulcino e percentuale di schiusa rispetto alle razze di origin
TIPOLOGIE DI IBRIDAZIONE
Fino ad ora abbiamo parlato di ottenere soggetti con forte vigoria grazie all’ibridazione, soffermandoci sul riprodurre due soggetti di due razze pure diverse: in questo caso si dice che la progenie sarà un ibrido individuale o diretto. Quando è la madre già ibrida ed il padre è puro, si dice ibridazione materna e quando è il padre ibrido e la madre pura ibridazione paterna. Tutto questo può sembrare scontato, ma a seconda di quale sia il caso in cui ci troviamo o quale risultato si voglia ottenere la prole potrebbe avere caratteristiche fenotipiche, immunitarie, riproduttive e produttive diverse. Nella razza di polli Marans è stato registrato che la genetica legata al colore del guscio dell’uovo marrone nella prole risenta maggiormente della genetica trasmessa dal gallo, rispetto a ciò che invece è trasmesso dalla gallina. Nella formazione di ibridi Olive Egger F1 (pollame in cui le galline depongono uova verdi) in cui si accoppia un soggetto Marans con un soggetto di razza dalle uova celesti (Araucana o Legbar per esempio), l’impiego di un gallo Marans genererà OE F1 che deporranno uova più scure rispetto al caso in cui si scelga di usare una gallina Marans nell’accoppiamento.

e uova di gallina Olive Egger F1 (gallo Legbar X gallina Marans)
L’ibridazione non riguarda solo l’incrocio di animali di razze diverse, ma è possibile anche l’incrocio di riproduttori di specie o generi diversi: in molti di questi casi si ottengono soggetti portatori di caratteristiche comuni in cui il vigore ibrido sia evidente, ma la progenie di questi accoppiamenti è, salvo rare eccezioni, sterile. Ciò deriva dal loro corredo cromosomico dispari (in quanto i genitori avevano numeri differenti di coppie cromosomiche di partenza) e significa che non potranno generare in un successivo accoppiamento nuova prole. Il più celebre ibrido di questo tipo è certamente il mulo (incrocio tra asino stallone e cavalla giumenta) creato per ottenere un animale potente ma leggero. Nel mondo dei volatili sono noti incroci tra pollame e tacchini, tra polli e fagiani e tra anatre di generi diversi (Cairina X Anas);

(fonte File:Pheasant-hybrids.jpg – Wikimedia Commons)
L’allevatore inseperto potrebbe a questo punto pensare che accoppiando fra ibridi possa protrarsi fino ad ottenere il “soggetto perfetto”: la pratica smentisce questa credenza, dato che il beneficio apportato dall’ibridazione raggiunge il suo culmine nel caso degli F1 (prima generazione) e gradualmente decade nei successivi accoppiamenti (generazioni F2, F3…).

CONSANGUINEITA’
In antitesi al vigore ibrido vi è la selezione in consanguineità; ciò non significa soltanto accoppiare soggetti della stessa razza e specie, ma anche soggetti strettamente imparentati tra loro. Nel mondo vegetale questo spesso avviene perché il processo riproduttivo è generato comunemente per auto-fecondazione, aspetto impossibile per i vertebrati.
E’ fondamentale che l’allevatore faccia uso di riproduttori con stretto legame parentale (consanguineità) con intelligenza ed in funzione di quale sia l’obiettivo da raggiungere nel proprio allevamento. Spesso infatti quando stiamo selezionando determinate caratteristiche nella popolazione (soprattutto legate a geni recessivi) si sceglie di riprodurre animali parenti, puntando a manifestare e fissare caratteristiche manifeste in omozigosi.
Lo stesso accade anche quando si lavora su razze rare, dove l’allevatore è quasi costretto a gestire gruppi riproduttori fortemente imparentati tra loro. Quando sul territorio gli esemplari di una specifica razza sono difficili da recuperare, per non incorrere in un eccesso di consanguineità, si sceglie di rinvigorire il sangue con altri animali, ovviamente di una razza diversa: è necessario che quest’ultima porti in sé caratteristiche simili alla razza che si sta selezionando o alla quale sarà facilmente tornare con gli accoppiamenti successivi.
In Italia è successo questo per esempio nelle due razze di pollame Boffa e Polverara.
Le problematiche a livello riproduttivo che potrebbero nascere dal lavorare con un eccessivo legame parentale tra i genitori sono infertilità, morti embrionali, disturbi neurologici e fisici nella prole. Nei polli per esempio molto spesso alti livelli di consanguineità coincidono con morte embrionali allo stadio finale di formazione del pulcino o nascita di soggetti che durante lo sviluppo presentano la tipica caratteristica di becco incrociato.

Per calcolare il grado di consanguineità/parentela tra due soggetti esistono varie formule che si possono esprimere in valore assoluto o in percentuale ma è necessario conoscerne l’albero genealogico almeno in parte; ciò che deve interessare maggiormente l’allevatore è capire se la parentela sia stretta (riproduttore con figlio o tra fratelli), media (zii e nipoti o tra cugini) o larga e di conseguenza capire quanto questa possa influire sulla salute della prole.
Guido Monciatti
BIBLIOGRAFIA
Immagine di copertina e soggetto di Matteo Zanetti
Gallo ibrido di seconda generazione ottenuto da un processo di “incrocio continuato”: le razze originarie sono state in F0 gallo di Cornuta Siciliana Selvatico Oro (AA) e gallina di Phoenix Argento (BB). In F1 il gallo ibrido (A/B) ed una gallina Phoenix Argento (BB).
– Robinson John Principles and practice of poultry culture – 1912 (summagallicana.it)
– outbreeding o esincrocio (summagallicana.it)
– Microbe-dependent heterosis in maize | PNAS
– Metodi di accoppiamento e scelta dei riproduttori – Rivista di Agraria.org
– Come aiutare un pollo col becco incrociato – Avicoltura e Pollaio – YouTube
– (PDF) Dispense di avicoltura | Jacopo Tribùmangiatoridicren – Academia.edu
– “The Variation of Animals and Plants Under Domestication” di Charles Darwin

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